martedì 8 dicembre 2009

Carbone o zolfo? Indagine antropologica sulla buona vecchietta che distribuisce dolciumi: dietro c'è il mito arcaico e arcano della strega

Carbone o zolfo? Indagine antropologica sulla buona vecchietta che distribuisce dolciumi: dietro c'è il mito arcaico e arcano della strega
La Stampa, 7 gennaio 2007

di Giuseppe Cassieri

Devoti e semplici curiosi di tradizioni popolari si tranquillizzino: ancora una volta la Befana (Befanìa, nella voce cinquecentesca) lotta contro se stessa per non estinguersi. Lotta e, in buona parte, vince.
Di certo l'assiste qualche demone non meno interessato alla propria sopravvivenza, se è vero che l'arzilla vecchietta, pur di esistere, accentua goffaggine e prodigalità, si mostra eretica o ecumenica, si adegua al gigantismo ludico del mercato, finge di non vedere le patetiche euforie degli adulti e le smorfie teatrali dei bambini.
Politicamente agnostica, vanta almeno due successi incontestabili: clientela pressoché globale e riflettori accesi sulla figura che essa incarna nel mito, nella leggenda, nell'etno-antropologia, nella storia della mentalità.

Scrittori, esegeti, linguisti e nostalgici del mondo arcaico la coccolano, continuano ad analizzare la sua genesi, le sue ibridazioni, i suoi travestimenti. Male che vada, la restringono nei riti folclorici di strapaese, nelle «befanate», nelle feste mascherate, nelle incisioni di Bartolomeo Pinelli, nei ghiotti «befanini» di Viareggio. Tanta attenzione non è casuale e lei lo sa. Sa che si porta dietro un apparato di cultura millenaria, poco o nulla percepita la notte del 6 gennaio. A tratti s'indigna e lo rivendica; depone la scopa e si strucca. Dismessi i panni clawneschi, svuotate le tasche di carbone e gianduiotti, il personaggio che suscita (o meglio suscitava) nei puberi attrazione e repulsione, si sdoppia e diventa speculare all'attrazione e repulsione infuse dal genio alato Thanatos. Un balzo prodigioso, un rovescio di senso al varco del soprannaturale. Nel merito, ci viene incontro l'antropologo Lombardi Satriani che esplicita l'analogia («da un lato abbiamo la paura di essere contaminati dalla morte; dall'altro, l'esigenza di rapportare la nostra vita di superstiti alla vita dei nostri familiari andati nell'aldilà») e ci rappresenta il ruolo specifico della fabulatrice.
Un ruolo nobile che consiste nel mediare tra città terrena e oltretomba, tra l'angoscioso fluire della clessidra umana e «il tempo fuori del tempo», tra i labili segni del nostro essere e il culto sacrale degli antenati. Ma il curriculum della signora, le sue metamorfosi, il suo moto perpetuo, non cessano di sorprendere le anime pie, e su questo tema molto ci dice il saggio di Claudia e Luigi Manciocco (L'incanto e l'arcano, Armando, pagg. 221, euro 20), a complemento di Una casa senza porte apparso nel 1996. Dopo la fase neolitica e il nucleo totemico, in compagnia di Propp e Van Genepp, dopo la dea delle foreste e gli apporti del Vicino oriente e dell'Egitto predinastico, gli autori ci attraggono in special modo con le drammatizzazioni del Medioevo, alto e basso, e i furori del Rinascimento, senza trascurare le ricerche condotte nell'età moderna.
Dovessi però isolare l'immagine più avventurosa della protagonista, in un periodo storico definito, sceglierei quella registrata a metà del Quattrocento e nei decenni successivi, allorquando riemergono le antiche passioni mitologiche, l'adorazione delle divinità lunari (Sibilla, Diana, Erodiade, Ecate, Empusa...), si afferma lo «stereotipo del sabba», di cui parla Carlo Ginzburg, si moltiplicano le diaboliche «cavalcate notturne», si esalta il viaggio estatico, assimilabile al viaggio dello sciamano. Nella cerchia esclusiva degli spiriti orgiastici, ecco prodursi chi avevamo lasciato sulla soglia celeste. Grazie alla testimonianza di Isabella Orsini, detta Bellezza - vittima del processo svoltosi a Fiano Romano intorno al 1530 - veniamo a conoscere organizzazione e iniziazione della setta e perfino il numero delle apprendiste: squadre di venti-trenta aspiranti, ciascuna capitanata da una strega. Al vertice della struttura gerarchica chi trionfa? Non c'è da scommettere: la regina è Befanìa.
Si suppone che nel corso delle epoche costei si conceda, qua e là, una pausa di ristoro, un riepilogo delle imprese ben riuscite.

Un po' come la diva sul viale del tramonto che sfoglia l'album fotografico e contempla il volto sfiorito. Ma il rimettersi in gioco è fulmineo e lo comprovano gli studi capillari che la circondano, la invadono e cercano di entrare nella sua dimora segreta col sostegno di artisti, topografi e archeologi, questi ultimi particolarmente attivi nell'area mesopotamica, in Anatolia e nell'Italia del Sud.

Gratificazioni non sono di sicuro mancate all'ex cavallerizza. Le riterrà insufficienti? Avrà qualcosa da rimproverare al dinamismo virtuale della fantasia? Oggi come oggi, ci sfuggono i suoi obiettivi, le sue strategie nell'aridirsi della società contemporanea. Un dato è comunque acquisito e concerne il viaggio-battibaleno, il volo magico compiuto sin qui puntualmente, la notte epifanica, in ogni angolo del pianeta. Ebbene, quel primato non è più assoluto, la concorrenza dell'immateriale morde e schiaccia; il volo telematico ruba il mestiere e il mistero, il facsimile conquista la platea, la verosimiglianza brucia la realtà. E tuttavia la «vecchietta» sognata e sognante non cede, o forse non crede. Incassa e si sforza di sorridere; riconta le calze da destinare e svanisce nella cappa del camino.

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