venerdì 24 dicembre 2010

La Memoria Del Tempo Le Feste Popolari tradizionali dell'Umbria

La Memoria Del Tempo Le Feste Popolari tradizionali dell'Umbria
Gaggiotti Giancarlo
Editoriale Umbra, Foligno, 2009.

"Un itinerario nelle profondità dell'anima umbra tra magia e mistero, paganesimo e cristianesimo, una guida dalla preistoria ad oggi attraverso la descrizione di 303 feste. Ognuna di esse è corredata di luogo e data, origine, descrizione, manifestazioni collaterali, gastronomia rituale etc.".

martedì 21 dicembre 2010

Quei paesaggi di pietra testimoni della nostra storia. Dove nascono gli ecomusei

Quei paesaggi di pietra testimoni della nostra storia. Dove nascono gli ecomusei
GABRIELLA DE MATTEIS
MARTEDÌ, 14 DICEMBRE 2010 LA REPUBBLICA - Bari

Siti archeologici con intorno il paesaggio, la tradizione e la cultura locale

Insediamenti archeologici, ma anche veri e propri itinerari nel paesaggio rupestre della Puglia, delineati con il coinvolgimento dei cittadini: sono gli ecomusei la nuova scommessa che coniuga la necessità di tutelare il territorio con quello di fare turismo sostenibile. Dalla provincia di Foggia alla Valle d´Itria approdando nel Salento: gli ecomusei sono allestimenti naturali che fanno proprie anche le tradizioni e le culture locali.


In tutta la Puglia sono sette gli allestimenti naturali costituiti da masserie, siti archeologici e campagne L´ultimo nato è quello di Acquarica di Lecce
Uno strumento utile a rafforzare il senso di comunità. E che rappresenta una sfida per il futuro
La presenza delle strutture sul territorio permette di difendere aree rurali minacciate


È un percorso che definisce il territorio, lo valorizza, o, come spiega l´assessore regionale Angela Barbanente, "uno strumento che rafforza il senso di comunità". L´ecomuseo è anche e soprattutto una scommessa. Una sfida che la Puglia ha mutuato dalla Gran Bretagna. Praticamente funziona così: c´è un´antica costruzione, un sito archeologico e intorno ci sono il paesaggio, la tradizione e la cultura locale, pezzi di un´unica storia quindi che diventano una comune e singolare esposizione all´aperto, un allestimento naturale.
L´ultimo in ordine di tempo si chiama ecomuseo dei Paesaggi di pietra di Acquarica di Lecce (finanziato da una banca del Nord). È stato inaugurato sabato scorso ed è nato da una scoperta. L´équipe di archeologi dell´Università del Salento, diretta da Francesco D´Andria, in una campagna del paese salentino ha scoperto una masseria risalente alla fine del IV secolo avanti Cristo, circondata da un muro di fortificazione, largo poco meno di quattro metri, in pietre a secco. All´interno un edificio residenziale con ambienti dedicati alla vita quotidiana, dalla sala per il ricevimento alla cucina e con una torre di due piani dalla quale era possibile scorgere il mare. «Ma l´ecomuseo non è rappresentato soltanto dal sito archeologico», spiega D´Andria. Perché attorno ai resti della masseria fortificata ci sono muretti a secco, o le "pagghiare", costruzioni in pietra, tipiche delle campagne salentine. Ecco allora il contesto, il paesaggio, il percorso che compone l´ecomuseo. «È uno strumento - aggiunge l´archeologo - che permette di difendere anche la valenza storica dei paesaggi rurali pugliesi spesso danneggiati o minacciati dalla presenza di discariche o, come sta accadendo recentemente, anche da impianti eolici».
Quello di Acquarica di Lecce, quindi, è un esempio di come un patrimonio archeologico e un habitat naturale caratteristico del territorio possano trasformarsi in un museo diffuso, che estendendosi sul territorio deve coinvolgere anche i cittadini. Angela Barbanente, che ha voluto gli ecomusei nel Piano paesaggistico della Puglia, dice infatti che "si tratta di un processo che viene dal basso, che rafforza un senso di identità". I cittadini diventano consapevoli della valenza storica dei luoghi che abitano e li valorizzano, facendo turismo e creando sviluppo.
In Puglia gli ecomusei sono sette. In provincia di Foggia c´è quello della Valle del Carapelle. L´esperienza accomuna i paesi di Ascoli Satriano, Ordona, Ortanova, Carapelle, Stornara e Stornarella che si trovano sulla collina attraversata dal fiume. Accanto ai cantieri di scavo nei siti di Herdonia e Faragola, ci sono i laboratori che hanno portato all´elaborazione di Mappe di Comunità, cartine dove i cittadini hanno segnalato i beni di maggior rilievo storico. Dal lavoro di esperti e dal coinvolgimento dei paesi nascerà un itinerario turistico. «La risposta dei cittadini è stata una sorpresa positiva. Hanno partecipato con entusiasmo alle riunioni», dice Giuliano Volpe, archeologo e rettore dell´ateneo di Foggia.
Nel processo per la realizzazione di un ecomuseo non manca la Valle d´Itria. Il comune capofila è Locorotondo, ma l´area è anche in questo caso molto più estesa. E numerose sono anche le testimonianze del passato alle quali l´esperienza intende dare valore. I trulli, ma anche i muretti a secco, i tratturi e i lavatoi: l´immagine nel mondo della Valle d´Itria diventa un museo all´aperto che fa proprie anche le storie legate alle produzioni tipiche. E ora la Regione Puglia, dopo aver lanciato la scommessa degli ecomusei, punta all´approvazione di una legge (già proposta dal consigliere Pd Donato Pontassuglia) che possa valorizzarli.

martedì 16 novembre 2010

Abito sloveno

                                                                   Abito sloveno

lunedì 8 novembre 2010

Si apre a Cefalù un convegno su miti e riti delle antiche rotte

Si apre a Cefalù un convegno su miti e riti delle antiche rotte
GIOVEDÌ, 04 NOVEMBRE 2010 LA REPUBBLICA - Palermo

LE DIVINITÀ, GLI EROI E I NAVIGATORI

Il soprintendente di Trapani ha scritto per noi un articolo sul rapporto tra pesca e religione, dall´Egeo alla Sicilia
L´affresco di Thera trovato nell´Egeo ritrae un corteo che si ripete nelle feste siciliane
Nell´Isola la ritualità legata all´acqua appare rivolta ai cicli della fertilità

SEBASTIANO TUSA
are, mare, sempre mare. Sembra quasi che da un po´ di tempo tutte le aspettative dell´uomo si riversino su questo elemento che, comunque, ha pervaso sempre la vita delle società mediterranee e, quindi, anche, il suo principale capitale immaginario. Ed è proprio di immaginario legato al mare che si parlerà per tre giorni, a partire da oggi, al Museo Mandralisca di Cefalù nell´ambito del convegno dal titolo "Memorie del mare. Divinità, santi, eroi e navigatori" organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta. Si "navigherà" partendo dai porti fenici trattati da Piero Bartoloni per giungere al rapporto tra mare e sole su cui si soffermerà Nicola Cusumano. Ma altri relatori, tra cui segnaliamo Kennet Brown, Jean Cuisenier, oltre ai valenti antropologi della scuola palermitana cresciuta sulle orme di Antonino Buttitta, che chiuderà i lavori, si alterneranno affrontando le varie sfaccettature di un tema di grande interesse e attrattiva anche per i non specialisti.
È un rapporto millenario, anche se non primordiale, quello tra l´uomo ed il mare. È proprio nella preistoria mediterranea che il mare giocò un ruolo fondamentale nel costringere l´uomo alla sedentarietà lungo le coste dandogli quella necessaria quantità di calorie sotto forma di molluschi e pesci da costringerlo a non vagare come faceva prima inseguendo gli animali da cacciare. E fu la sedentarietà il requisito fondamentale per permettergli di sperimentare ed "inventare" agricoltura e pastorizia e dare l´avvio a quella che sarà la civiltà mediterranea cui noi ancora attingiamo. Ma il mare non fu soltanto serbatoio di biomasse da consumare per vivere, fu anche veicolo di trasmissione di genti, merci ed idee.
A tal proposito non possiamo non ricordare una delle immagini più significative della preistoria mediterranea che ci suggerisce con immediata vitalità e suggestione come doveva essere vissuto il mare nei primi secoli del secondo millennio a. C. L´immagine è il famosissimo affresco di Thera, trovato su una delle pareti della ben nota "Pompei" preistorica sull´isola omonima dell´Egeo. L´accresciuta e irreale prospettiva che fa vedere il mare lambire una città turrita protesa sulle acque tra due foci di fiumi, e fa appiattire su di essa un corteo processionale di barche ondeggianti sui flutti, ci dà il senso di questo indissolubile connubio, altrimenti evidenziato dai dati archeologici. L´affresco di Thera, sia esso rappresentante, come taluni vorrebbero, l´Acropoli di Lipari, meta agognata dei naviganti egei, o più probabilmente una città del delta del Nilo, si erge a simbolo dell´ormai avvenuta simbiosi tra uomo e mare, suggellata dal carattere sacrale della scena. Il matrimonio con le acque si consuma sul mare di fronte ad una folla attonita di curiosi al sicuro della città turrita che, simbolicamente, annuisce e "santifica" con il suo potere l´avvenuto "matrimonio".
Come non vedere in questa scena emblematica l´archetipo di quanto fino adesso si consuma nelle miriadi di feste paesane dei borghi marittimi siciliani e della penisola con le processioni di barche strombazzanti che fanno da corona e seguito alla prima che porta orgogliosa il fercolo sacro? Un matrimonio tra l´uomo e il mare che si perpetua da secoli, variato nelle forme e negli apparati religiosi di riferimento, ma intatto nel suo simbolismo sotteso.
Transitando lungo la millenaria storia del rapporto uomo - mare in Sicilia ricaviamo la chiara impressione che il retaggio di quanto si crea di consuetudine e familiarità fin dalla più remota preistoria perdura in periodo storico e giunge fino a noi.
Le cognizioni che i pescatori siciliani hanno sulla navigazione di piccolo cabotaggio costiero, basate sull´esperienza millenaria tramandata da padre in figlio, costituisce il più ricco portolano verbale esistente. I proverbi, le credenze ed i miti costruiti su questa «scienza» costituiscono il corollario sovrastrutturale che ci fa percepire la ricchezza e la complessità di una civiltà che affonda le sue radici remote in un passato millenario che travalica anche la storia scritta.
Nei suoni cupi e penetranti generati dal fiato pressato con vigore nell´opercolo sapientemente spaccato delle grandi conchiglie, usate come trombe di segnalazione nella mattine nebbiose che avvolgono spesso la costa meridionale dell´isola, sentiamo riecheggiare la trepidante navigazione dei primi trafficanti neolitici o micenei.
Nelle processioni festanti delle Madonne e dei santi patroni dei paesi marinari (memorabile è quella di Porticello) vediamo analoghi cortei di sapore egeo che dovevano rallegrare periodicamente la vita dei villaggi costieri pre - e protostorici.
In Sicilia questa religiosità legata al mare e alle navigazioni appare più rivolta alle pratiche dei culti ctoni e ad una religiosità popolare più sensibile ai cicli della fertilità che in epoca ellenistica determinano la particolare fortuna dei culti isiaci che ebbero particolare diffusione sia ad est (area siracusana) che ad a ovest (Grotta Regina presso Palermo). La particolare fortuna del culto di Iside in Sicilia, oltre ad essere il portato dell´influenza cartaginese, si spiega con la sua parziale assimilazione al culto di Demetra.
Ma ad essi si sovrappongono culti mediterranei di origine lontana che segnano indelebilmente luoghi e tragitti come nel caso di Levanzo, la più piccole delle Egadi che mantiene nel suo nome il retaggio forte della sua funzione "internazionale". Benché sia menzionata raramente nelle fonti classiche è da identificare con la Phorbantia citata da Tolomeo nella sua ben nota opera geografica. Secondo taluni sarebbe anche da identificare con l´isola di Bucinna menzionata da Plinio nel suo altrettanto famoso trattato sulla Storia naturale.
Interessanti sono le considerazioni desumibili dal suo nome antico. Il toponimo ci riporta alla memoria Phorbante, personaggio mitologico greco a cui i marinai rodii prima di partire per lunghe traversate sacrificavano come propedeutica profilassi ai pericoli incombenti per mare. È noto che la marineria rodia nei secoli dopo il mille avanti Cristo fu tra le più attive, insieme a quella fenicia, nel solcare il Mediterraneo sia per la ricerca di metalli ed altre preziose mercanzie che per esportare i prodotti del loro ricco artigianato. Levanzo, per chi proveniva dalla rotta che lambiva le coste meridionali della Sicilia, costituiva l´ultimo lembo di terra prima di affrontare il mare aperto o verso l´Africa o verso la Sardegna. Pertanto è probabile che tale toponimo sia nato nell´ambito delle navigazioni rodie del IX - VIII secolo a. C, tra Rodi, l´Africa e la Sardegna proprio perché in quest´isola i marinai rodii sacrificavano a Phorbante prima di affrontare la navigazione d´altura.
È pertanto, evidente che un filo sottile, ma chiaro, lega il primo sfruttamento sistematico delle risorse marine a quanto è stato sapientemente prodotto utilizzando il mare fino ad oggi. I più antichi depositi di ingenti quantità di valve di conchiglie marine delle grotte paleo-mesolitiche mediterranee sono spesso a breve distanza dagli impianti romani per la lavorazione del pesce al fine di produrre garum. E questi impianti (è il caso del Secco, presso San Vito lo Capo, e di Porto Palo, presso Pachino) li troviamo inglobati nell´area delle tonnare che hanno fino a qualche anno fa dato da vivere a interi paesi costieri della Sicilia.
E per finire con quella sana ed innocua ironia che allieta la vita: come non collegare la particolare predilezione dei palermitani verso i molluschi, sia marini che terrestri, ingurgitati con sacrale voracità in occasione della festa della Santuzza, con l´analoga tendenza dei nostri avi mesolitici che ci hanno riempito le grotte di quintali di valve di conchiglie, rifiuto dei loro pasti?

sabato 16 ottobre 2010

Montanaro sloveno

                                                                 Montanaro sloveno

mercoledì 2 giugno 2010

martedì 25 maggio 2010

lunedì 24 maggio 2010

Costume femminile di Biassa - vicino a La Spezia


Costume femminile di Biassa - vicino a La Spezia

domenica 23 maggio 2010

martedì 18 maggio 2010

Heitaro incotra Higo all'ombra di un salice - folklore giapponese

Heitaro incotra Higo all'ombra di un salice - folklore giapponese

sabato 8 maggio 2010

domenica 2 maggio 2010

mercoledì 14 aprile 2010

lunedì 15 marzo 2010

domenica 7 marzo 2010

sabato 27 febbraio 2010

Il risveglio dei boschi

Il Giornale, 25 febbario 2010
Il risveglio dei boschi

Domenica all’Aprica si celebra Sunà da Mars, letteralmente suonare di marzo, festa antica, in bilico tra cristianità, paganesimo e cultura alpina che prevede uno stranissimo corteo. L'assordante tradizione vuole che i contradaioli agitino ritmicamente campane e campanacci per richiamare al risveglio la madre terra e stimolare la ricrescita dell'erba, invitandola a riprendere il ciclo vitale addormentato dall’inverno. I rumorosi cortei partono alle 20.30 nelle sei contrade del paese, e convergeranno in piazza del Palabione per un momento conviviale. Per informazioni allo 0342.746113; sito apricaonline.com.

domenica 14 febbraio 2010

venerdì 5 febbraio 2010

Dopo il mercato a Locarno


Dopo il mercato a Locarno

Mercato a Ferrara


Mercato a Ferrara

Costumi contadini a San Gimignano

Costumi contadini a San Gimignano

Charles Cottet - L'uffico della sera in Bretagna


Charles Cottet - L'uffico della sera in Bretagna

Charles Cottet - La processione di San Giovanni in Bretagna


Charles Cottet - La processione di San Giovanni in Bretagna

Antonio Rizzi - Granoturco sull'Aia


Antonio Rizzi - Granoturco sull'Aia

carro con buoni nel senese


carro con buoni nel senese

O GIOVE, "DIO DEI DOLCI", AIUTAMI TU

Il Sole 24 Ore, 28/06/1987
O GIOVE, "DIO DEI DOLCI", AIUTAMI TU
Maguelonne Toussaint-Samat

Il pane, nutrimento base, e' diventato il simbolo dell' alimentazione per eccellenza. Ci si guadagna il pane, ma ci si lascia anche togliere il pane di bocca. Oltre a essere degno del piu' grande rispetto, il pane e' anche investito di una autentica sacralita' , in quanto figlio diretto della grazia di Dio (...).
Presso i contadini fedeli alla tradizione, e' tuttora invalso l' uso di farsi il segno della croce prima di spezzarlo. E se, per caso, il pane viene messo in tavola alla rovescia, ancora oggi si pensa che porti male. Inizialmente _ e questo gia' molto tempo prima del Cristianesimo _ veniva deposto sulle tombe quale offerta per i defunti presentato con la parte superiore rivolta alle potenze del sottosuolo, le attirava: poiche' agli Inferi, com' e' noto, non si mangia. L' ostia dell' Eucaristia, pane azimo, pane della purezza, e' si' pane di Vita, ma di una vita spirituale. San Martino raccomandava di accoglierla muniti di tre sentimenti, ispirati ai seguenti principi: l' afflizione della privazione (materiale e spirituale), la preparazione alla purificazione (in quanto si tratta di pane azimo) e la memoria delle origini (). Lo stesso nome di Betlemme significa , presenza simbolica di Dio, dopo essere stata la , pietra eretta da Giacobbe. E non e' un caso che Gesu' abbia visto la luce proprio in questo luogo. Nei diversi rituali della distribuzione del pane da parte della Chiesa e' necessario fare una distinzione fra il pane benedetto e il pane offerto (ad esempio, l' offerta del pane presso gli Ebrei) dell' ostia dell' Eucaristia. Oltre a essere presente in larga misura nelle prestazioni in natura dell' antichita' e del Medio Evo, e a supplire in maniera agevole alla scarsa circolazione di moneta, il pane nobilitava le prestazioni, attribuendo loro un alone di sacralita' di cui era invece priva la rimessa in danaro. Queste prestazioni, che costituivano talvolta l' unica provvista di viveri delle comunita' canonicali o monastiche, salvaguardavano inoltre la dignita' e il voto di poverta' dei nuovi adepti. Pane di Natale, pane di Quaresima, pane di Pasqua, ma anche del raccolto e della vendemmia, a seconda dei casi il pane diventava il premio di rito nell' attribuzione dei diversi gradi di una campagna, oppure il dono simbolico all' ingresso in una corporazione. Sovente veniva accompagnato con del vino, e l' uno e l' altro potevano essere consumati insieme al maestro o ai pari nelle cerimonie iniziatiche. Nell' Europa centrale viene tuttora porto in segno di benvenuto e presentato con il sale. Spezzare il pane nel corso delle cerimonie o, piu' semplicemente, durante i pasti, crea legami profondi destinati a diventare indissolubili e indimenticabili: amici saranno infatti coloro che hanno diviso il pane commensali, quanti hanno diviso i viveri. Il pane, schiacciato, viene spesso usato anche come impiastro di base per medicamenti nella cura della pelle. Supporto pratico ma anche interveniente nella guarigione, quasi fosse dotato di magici poteri. Oggetti magici o incantati, per eccellenza, sono sempre stati considerati i dolci o le gallette che si incontrano nei racconti delle fate. Da un lato questi cibi risvegliano l' interesse dell' uditorio che, in genere, ama i dolci, e ne fa quindi una scorpacciata durante l' ascolto. Dall' altro, rientrando nella categoria delle merci di scambio, i dolci sono essi stessi latori di messaggi. I biscotti di Cappuccetto Rosso, come il burro del resto, testimoniano l' affetto riverente verso la nonna meglio di qualunque discorso. Nel dolce di Pelle d' Asino e' nascosto l' anello della principessa. In un certo senso il dolce svolge il ruolo della bottiglia in mare. Ecco il suo significato: . In Provenza il dolce dell' Avvento veniva preparato dalle ragazze da marito. Questi dolci venivano presentati in una cesta, e successivamente messi all' asta fra i pretedenti l' offerta ricadeva sul giovane al cui orecchio era stato sussurrato il nome dell' autrice del dolce prima che gli aspiranti esprimessero le loro preferenze. L' innamorato doveva alzare l' offerta il piu' possibile, fra le risate generali. Non era necessario che il dolce fosse squisito: era sufficiente che la giovane cuoca apparisse splendida agli occhi del futuro sposo. In Guascogna al termine della messa di Mezzanotte venivano distribuiti dolci all' anice. I dolci che si regalano un po' ovunque, fra Natale e i primi giorni di gennaio, ivi compresi i dolci dei re, derivano direttamente dai dolci romani che si preparavano in onore di Giove, al quale il mese di gennaio e' dedicato. Giano, il dio della doppia porta, era preposto a una duplice missione: gettare un ultimo sguardo sul passato (l' anno che stava per concludersi) e vigilare sull' avvenire (l' anno che stava per iniziare).
(...)
da Histoire Naturelle Et Morale De La Nourriture, Bordas, Paris 1987,
pagg. 181-182. Traduzione di Elisabetta Dente.

Carnevale romano coi moccoletti

Il Sole 24 Ore, 04/03/2001
Carnevale romano coi moccoletti
Ada Masoero

(...)
"Carnevale Romano", una festa oggi perduta ma che nella Roma papalina, in cui il governo civile coincideva con l'autorità religiosa, assumeva un ruolo cruciale di trasgressione autorizzata e di rovesciamento del mondo. A quella festa dionisiaca e violenta (specie nella celebre "corsa dei Barberi", cavalli selvaggi che venivano dall'Africa), popolaresca e sboccata, in cui confluivano memorie dei Saturnali dell'antica Roma, prendeva parte tutto il popolino, mischiato alle grandi famiglie della nobiltà romana: tutti mascherati, sovvertivano per otto giorni le rigide gerarchie sociali e i nobili si vestivano da popolani, i poveri da gran signori servendosi di ogni sorta di ornamento. Una settimana di follie che si chiudeva con la pittoresca "festa dei moccoletti", con cui si celebravano le esequie del Carnevale. Per assistere alle sue feste, pubbliche e private (tutti i palazzi si aprivano a balli sfavillanti e cene sontuose) giungevano a Roma augusti visitatori dall'Europa intera. E l'usanza perdurò per tutto l'800, fino a quando il più serioso governo dell'Italia unitaria, in età umbertina, non pose fine a questa festa secolare, spinto soprattutto dagli incidenti mortali che ogni anno venivano provocati dalla folle corsa dei cavalli "Barberi" lungo il Corso (che proprio di qui prese il suo nome): le bestie infatti, prive di fantino, portavano in groppa bisacce irte di aculei che li pungolavano ferocemente, dalla "mossa" iniziale in piazza del Popolo, sino alla "ripresa" in piazza Venezia (allora piazza San Marco). Di quelle feste sfrenate i viaggiatori del tempo, da Goethe a Dickens, da Andersen a Gregorovius, hanno lasciato pagine piene di divertito stupore, ma i documenti più puntuali e felici sono quelli dei tanti pittori che sino a tutto l'800 ne documentarono gli aspetti pittoreschi. E proprio loro sono i protagonisti della mostra, che guarda all'800, curata dallo stesso Paolo Antonacci con Maurizio Fagiolo dell'Arco: circa 35 opere fra le quali si impongono i due acquerelli di Achille Pinelli (1809-1841), con la Mascherata al Corso e il Carnevale di Roma, e il dipinto formicolante di maschere del Carnevale in piazza Colonna di Carl Max Quaedvlieg (1823-1874), con i drappi e i tappeti che pendono dalle finestre e dai balconi affollati, i carri fioriti, le maschere dei Pulcinella e degli Arlecchini. Della corsa dei Barberi, prediletta da Géricault, sono in mostra due fascinosi acquerelli di Ippolito Caffi (1809-1866), raffiguranti La Mossa a piazza del Popolo e La corsa a palazzo Fiano, mentre di Pietro Sassi (1834-1905) è esposto un olio con La partenza dei Barberi. Incantevole anche il dipinto del russo Pimen Nikitic Orlov La festa dei moccoletti, con una maliziosa scena di seduzione (chi riusciva a spegnere il lume altrui poteva togliergli la maschera). A completare la mostra, sono poi esposti alcuni degli editti con cui i Papi cercavano, blandamente, di regolamentare la festa, come quello che permetteva sì ma proibiva.

Processione religiosa a Pianico

Processione religiosa a Pianico

carro con buoi nel ferrarese

carro con buoi nel ferrarese

San Felice Circeo capanne

San Felice Circeo capanne

filastrocche e cantilene infantili dell'alta valle dell'Orba

daula daulagna
filastrocche e cantilene infantili dell'alta valle dell'Orba
con varianti d'area ligure e piemontese
a cura di Anselmo Roveda

Filastrocche

Daulisjin-a daulisjian-a

Diu marmellu

Se a liaza

Una vota
u iera un re
Vaggu zù

Daulagnun buttazun

Tupulin

U cieuve u cieuve
Muncarvigni

Durmicciu durmiva

Sutta a rocca dra Marasca

Musca tavagnin-a
Pregna 'l sun

S.Barbara e S.Scimun

Daugnarin

I l'è la ciù bela chi l'an faccia
Tirindindin

Fa ra nanna poponin

Baciccia

Daula daulagna

Per un'analisi delle filastrocche

Alta valle dell'Orba: aspetti geografici e linguistici

il testo lo trovate a: http://digilander.iol.it/dauladaulagna/

C' e' una bella filastrocca per ogni ora che scocca

Il Sole 24 Ore, 22/09/1991
C' e' una bella filastrocca per ogni ora che scocca
A. Mar.

Le filastrocche sono qualcosa di piu' di una poesia popolare che si tramanda oralmente. Sono di piu' di una rima bizzarra, di una ninna-nanna o di uno scioglilingua. Perche' il regno delle filastrocche e' anche quello in cui si possono trovare tradizioni e segni di un immaginario che agisce continuamente nell' avventura dell' uomo. Dalla vecchia Caterina, spirito della vegetazione, alla vedova di Carnevale con gli animali tipici che la attorniano, dai motivi della magia lunare alle inevitabili metafore sessuali uno studio di Silvia Goi cerca di raccontarci qual e' il segreto delle filastrocche. Il libro che e' nato da un' attenta ricerca, presenta una serie di tematiche e un' antologia di testi. Dopo l' analisi dell' asino, del cavallo, della capra o del gallo, sempre ospiti di qualche motivo, ecco i motivi stessi, regione per regione, raccolta per raccolta.
(...)
Silvia Goi, Il segreto delle filastrocche. Xenia Edizioni, Milano 1991, pagg. VI+264, L. 26.000. .

DAL CONTADINO RE (per un giorno) alla folle bagarre

Il Sole 24 Ore, 09/02/1986
DAL CONTADINO RE (per un giorno) alla folle bagarre
Nicolo' Costa

Durante gli Anni 60 e 70, il carnevale sembrava una festa avviata ad inesorabile decadenza. Sembrava la patetica sopravvivenza di un mondo antico, il residuo di una societa' arcaica che volgeva verso il tramonto. Nei primi Anni Ottanta, invece, e' stato riscoperto, ravvivato, resuscitato. Il piu' noto protagonista di tale rinascita e' di certo Maurizio Scaparro, che quest' anno ha preso in mano il carnevale di Venezia dopo averlo reinventato nel 1980-82. Ma un po' in tutta Italia _ da Viareggio ad Acireale _ gli assessorati alla cultura, le Pro Loco e talvolta le Aziende autonome di soggiorno si sono alleati per rilanciare questa antichissima festa popolare. Eppure, e' difficile sostenere che il significato culturale del carnevale sia uguale ovunque. Piuttosto acquista un valore e un senso diversi da una citta' all' altra. Tentiamo allora di interpretarne le molteplici caratteristiche. 1) Il carnevale e' tuttora un rituale agrario in cui prevalgono elementi prettamente magici. Ad esempio, a Castelnuovo al Volturno, in provincia di Isernia, si svolge una pantomima denominata . Il rito si svolge secondo alcune precise tappe: un uomo, travestito con corna e pelli, scatta al suono di una zampogna, si rifugia sui monti, viene catturato e simbolicamente ucciso. Questo , che e' simile al rogo del tradizionale fantoccio antropomorfico, si qualifica come esorcismo del male futuro. Nel caso di Castelnuovo, si tratta di esorcizzare il banditismo che imperversava da quelle parti e aveva i suoi covi sulle montagne circostanti. Piu' in generale il sacrificio e' un tentativo per non far apparire l' eterno ritorno del male (le malattie, i nemici, la morte, la carestia), sconfitto dalla compatta solidarieta' del villaggio. Le stesse motivazioni si ritrovano a Orotelli (Nuoro) e Mezzojuso (Palermo). Questo tipo di carnevale sta praticamente scomparendo. Nella societa' industriale, le forze del male vengono affrontate con tecniche razionali e non con pratiche magiche. Percio' chi si traveste da profeta _ come e' successo qualche giorno fa a Venezia _ per fare cessare il maltempo e far rientrare l' acqua alta, e' soltanto un clown, un simpaticone che scherza con gli esorcismi per intrattenere gli amici. Se si fosse travestito da profeta con intenzioni serie, gli amici lo avrebbero invitato ad andare da uno psichiatra. 2) Il carnevale simula il conflitto sociale, cioe' lo scontro tra gruppi sociali che si odiano profondamente, oppure, piu' genericamente, simbolizza l' invidia per i ricchi e i potenti. Questa matrice e' prettamente medioevale. Ad esempio, a Ivrea, si svolge uno scontro a colpi di arance tra nobili e popolani che, nella finzione del carnevale, riescono regolarmente a vincere, capovolgendo la struttura gerarchica della societa' . Questo aspetto si e' accentuato negli ultimi anni e, comunque, non e' scomparso. I cortei mascherati e i carri allegorici di Viareggio e di Verona satireggiano i potenti del sistema, l' e' lite politica ed economica che e' al centro dell' attenzione collettiva per prestigio e ricchezza. Percio' la gente, che vuole essere al posto dell' e' lite, inventa slogan sarcastici e spera cosi' di corroderne il prestigio e l' autorevolezza. L' aggressivita' non e' spostata all' esterno su un fantoccio da bruciare, ma e' proiettata all' interno della stessa comunita' . Lo sa bene chi ricorda i carnevali degli Anni Cinquanta. Chi parla puo' ricevere in bocca un pugno di coriandoli chi balla in maschera puo' fare la manomorta chi e' travestito puo' picchiare con un bastone plastificato si puo' andare tutti quanti a svegliare di notte l' amico che sta dormendo con la moglie, di cui si invidia la bellezza si puo' mettere la polverina sul registro del professore per vederlo starnutire e lacrimare, ecc. A Carnevale si rende manifesto un aspetto particolare del comico: l' irrisione che nasce dal risentimento. Le beffe sono atroci e clomorose come quelle goliardiche o quelle fatte in caserma. 3) Il carnevale e' uno spettacolo della . Questo aspetto prevale soprattutto a Venezia. Qui il carnevale si annuncia come lo spettacolo piu' fastoso e maestoso d' Italia. L' Obiettivo esplicito e' quello di attrarre lo straniero, il . L' irrisione e l' esorcismo non sono essenziali. Conta l' uso teatrale della citta' , che e' diventata un di ben 18 spettacoli ufficiali. Parallelamente, a San Marco sono stati allestiti un caffe' della Serenissima e uno orientale. Sotto lo sfavillio di lampadari e candelabri bianchi e oro, San Marco sara' quello che non puo' non essere (tempo permettendo): la pista di danza per gente venuta da ogni posto. I giovani danzeranno a ritmo rock lungo i campi e campielli. La Fenice andra' a Parigi per dimostrare la superiorita' immaginifica e creativa dei veneziani rispetto a Nizza. Il carnevale di Venezia e' paradigmatico delle nuove tendenze che si stanno affermando in Italia: trasformare la festa pagana in elemento artificiale della , in evento dominato dal gioco delle belle apparenze. Si va a Venezia per vedere e farsi vedere. L' abito strano e la maschera non legittimano alcuna trasgressione. Tant' e' vero che un certo Spiller, che quattro anni fa si travesti' da fallo, e' stato assolto perche' il fatto non costituisce reato. Saltimbanchi e ciarlatani non scandalizzano piu' nessuno perche' la festa e' come sono provvisori tutti i valori della societa' contemporanea.

CARNEVALE NON SIA DIVIETO

Il Sole 24 Ore, 14/02/1988
In questi pazzi pazzi pazzi giorni dell' anno proviamo a toglierci almeno per una sera la solita maschera
CARNEVALE NON SIA DIVIETO
Dai saturnali degli antichi romani ai cortei di oggi, la festa e' la
parodia di ogni dramma umano, che permette a ciascuno di perdere la
testa (ma senza rischiarla) perche tutti l' hanno gia' perduta
Umberto Galimberti

Carnevale, parodia della trasgressione, per chi ancora non sa che non c' e' trasgressione che possa infrangere il testo della legge perche' , come gesto che riguarda il limite, il tratto che la trasgressione incrocia e spezza si ricompone alle sue spalle come un' onda di poca memoria dietro lo scafo di un' imbarcazione che l' ha solcata. La trasgressione e' la glorificazione del limite. La solennita' del comandamento , seguito dalla benedizione degli eserciti, non e' tanto una contraddizione, quanto la prova che la trasgressione del divieto non e' meno soggetta a regole di quanto non lo sia il divieto stesso. Gli animali che ignorano i divieti, nei loro scontri non hanno mai conosciuto la guerra, quell' impresa organizzata che con la sua frequenza e la sua regolarita' storica non infirma l' intangibilita' del divieto, ma lo ribadisce, un' esplosione una precedente compressione che, lungi dall' impedire l' esplosione, le infonde energia. La trasgressione non e' dunque la celebrazione della liberta' il suo andamento non e' licenzioso, osceno, violento, ma ritmico come un passo di danza dove a ogni ritrarsi corrisponde un balzo in avanti, in quel gioco rituale tra sacro e profano, dove a essere non e' il sacro, che e' piuttosto il mondo della festa dei sovrani e degli de' i, ma il pro-fano dove, fuori dal tempio (fanum), si svolge la vita di ogni giorno, scandita dalle regole del lavoro e da quei divieti che la festa infrange consumando, in una prodigalita' che ignora ogni misura, i beni raccolti nei giorni . Sacra e' la legge impartita dai sovrani e dagli de' i che, proprio perche' la emanano, ne sono al di fuori, e quindi abitano la trasgressione. Ai sovrani e agli de' i tutto e' lecito, e di questa liceita' partecipano i sudditi e i fedeli quando si celebrano le feste dei sovrani e degli de' i. La festa non sospende i divieti, ma permette che si compiano atti di regola vietati. Introducendo in questo modo la trasgressione, la festa ribadisce il divieto. Per questo le religioni, dove massimamente si raccolgono i divieti, introducono le feste , e nelle feste ordinano le trasgressioni. Offrendo un' esca al godimento se ne assicurano il servizio, per cui la festa diventa paradossalmente il principio della rinuncia. Inoltre, concedere la festa e mostrare di poterla concedere e' il modo piu' sicuro con cui un potere o una religione possono rafforzare la garanzia del futuro anticipando in piccola misura il godimento, dimostrano di possederne il segreto e di essere pronti a ripartirne il beneficio. Alla fine cio' di cui i sudditi o i fedeli inconsapevolmente godono non e' della trasgressione festiva, ma del privilegio, del prestigio e dell' autorita' di coloro che in particolari momenti possono sospendere la legge e concedere la trasgressione. Oltrepassandoli, la trasgressione ribadisce i margini del discorso, dal di fuori lo fa funzionare meglio col dispendio senza limiti, con la prodigalita' incontrollata, la festa, investendo le riserve, inaugura un altro ciclo di produzione, sospende provvisoriamente il sacrificio e la rinuncia per riaffermarli nella loro radicalita' . Per questo il discorso festivo non corre alcun rischio. La parodia delle istituzioni che si celebra nella festa, dai Saturnali degli antichi romani ai Carnevali delle nostre societa' , la negazione di ogni gerarchia e il rovesciamento in commedia di ogni dramma umano avviene sotto una maschera che consente a ciascuno di non mettere a repentaglio la propria testa, perche' tanto, nel concetto comune, tutti, nel giorno di festa, l' hanno gia' perduta. Il rischio e' iscritto in quel calcolo che prevede che ogni godimento si paga, e non solo con la fatica necessaria per ottenerlo, ma anche col senso di colpa inevitabile per espiarlo. Non c' e' pedagogia che non si avvalga di questa versione della festa e del godimento, o di questa con-versione della trasgressione nella legge, con la forma negativa di un codice gia' dato o con la fondazione di un codice nuovo. Come violazione dei divieti secondo regole previste dai riti e dai costumi, la trasgressione non ha nulla di scandaloso o di sovversivo, non conosce la potenza del negativo, non scivola nel no della distruzione, non dissolve il mondo, ma gioca con i suoi fondamenti e con le sue regole in quell' ambivalenza di repulsione e di attrazione che percorre ogni limite. Non essendo una negazione generalizzata, ne' un' affermazione che afferma qualcosa, la trasgressione percorre ogni evento non per negare esistenze e valori, ma per condurre ogni esistenza e ogni valore nei propri limiti. Tras-gredire e' : , oltre la fascinazione, oltre il desiderio, fino a raggiungere quel cuore vuoto dove si compie la decisione ontologica, dove l' essere raggiunge il suo limite e dove il limite definisce l' essere. Il limite non e' mai rigido, ma e' sempre conteso tra il divieto e la trasgressione che non lottano tra loro, ma insieme insistono su quel territorio ambivalente dove attrazione e repulsione modificano di volta in volta la rappresentazione che risulta sempre ambigua e incerta. Il campo di questa rappresentazione e' il corpo, in quel suo limite ontologico segnato dalla nascita e dalla morte, due episodi violenti intorno a cui si raccolgono divieti e trasgressioni. Si nasce da una vicenda sessuale che e' violazione di due corpi, momentanea dissoluzione della loro identita' , a vantaggio di quell' identita' nuova che, inconsapevole, vedra' la luce. Si muore per una violenza in agguato in ogni momento della vita, una violenza che sopraggiunge come dissoluzione definitiva. Per questo i primi divieti che l' umanita' ha conosciuto riguardano la morte e la funzione sessuale. Il primo divieto protegge il cadavere dal desiderio degli altri di cibarsene, il secondo la donna dalle mani di colui che l' assale. Ma dove e' divieto, li' e' anche trasgressione. Posti a difesa della natura umana, i divieti, oltre a separare l' uomo dall' animale che non li osserva, circoscrivono il territorio non umano della trasgressione, che e' poi il territorio del sacro e del sacri-ficio. Per questo gli animali che non conoscono divieti assumevano agli occhi dei primitivi il carattere del sacro e venivano sacri-ficati. La vittima era sacra per il solo fatto di essere animale, per il solo fatto di essere al di fuori delle regole del divieto, aperto alla violenza che presiede il mondo della morte e della sessualita' selvaggia. Lo spirito della trasgressione e' lo spirito del dio animale che muore, e morendo rafforza l' ordine dei divieti che proteggono l' umanita' , impedendo la realizzazione di quei desideri che, da allora in poi, saranno detti e . 0 Attraverso l' ebbrezza di questa visione, che senza accorgersene e forse senza neppure saperlo reintroduce il male come essenza del piacere, passa la rifondazione del discorso giuridico che la trasgressione sacra dei primitivi sospendeva, e l' odierna profanazione del sacro ripropone. Non possiamo tornare alle orge di Dioniso, ne' alle prostitute sacre che attendevano lo straniero nel tempio. Ora che il tempio e' chiuso e non ci sono piu' A' uguri che col liuto delimitano lo spazio del sacro, la tras-gressione non ha piu' un verso cui andare tutto lo spazio e' profano e l' esercizio della trasgressione puo' al massimo violare codici, ma non incontrare demoni e de' i. Se il laicismo, dopo aver celebrato i funerali della religione, si rendesse conto che sui sentieri razionali da esso inaugurati non si incontra piu' un giorno festivo dove poter celebrare il sussulto dell' uomo davanti al sacro, al sessuale e al divino, se si rendesse conto che sotto il segno della ragione sono state livellate le nostre passioni, per cui la preghiera e' divenuta frasario, la tensione nevrosi, la sessualita' igiene, il piacere relax, il dolore e la morte silenzi muti che affondano nell' opaco ciclo della natura, se di tutto questo ci si rendesse conto dovremmo incominciare a pensare se alle volte, nel segno della religione, non fosse custodita, oltre alla parola di Dio, una riserva d' umanita' che va irrimedialmente perduta nel trionfo di quelle che siamo soliti chiamare , senza eccessi e senza abusi, semplici andirivieni intorno al limite che la legge della ragione traccia per tutti in quella trattazione omogenea dell' uomo dove ciascuno, sempre piu' accuratamente, deve nascondere il suo nome, e tutto cio' che nel nome e' custodito e scritto come assolutamente suo. Carnevale, gioco dei volti, dove per un giorno ci e' concesso di dimettere la maschera che ogni giorno indossiamo per la nostra quotidiana rappresentazione sociale.

Ma sotto quale maschera si nasconde la liberta?

Il Sole 24 Ore, 29/01/1989
Ma sotto quale maschera si nasconde la liberta?
Federica Mormando

L' uomo primitivo si mascherava per diventare maschera che si metteva cosi' fondeva realta' e fantasia. Un processo psicologicamente piu' evoluto, e' , invece, "celare" la propria identita' attraverso il mascheramento. Cosi' il boia, cosi' il Consiglio dei Dieci a Venezia, cosi' gli adepti alle societa' segrete nascondevano la propria individualita' , dietro a una maschera, per dichiarare il proprio ruolo. Da indicatrice di ruolo, a simbolo di uno stato dell' uomo: la maschera greca, tragica, rappresenta lo stato d' animo che assurge a condizione umana senza tempo. Gli Italici, invece, tratteggiavano attraverso la maschera la tipologia caratteriale umana, filone ripreso a Roma da Plauto, per cui la maschera e' caricatura del vizio umano, ne e' ridente castigo. L' altra metodologia e' il Cristianesimo. Dal 500 fino al 1500 la maschera e il teatro sono proibiti, creazione del demonio. Con un' eccezione, Venezia, dove dal XII secolo e' permesso ai soli nobili il mascherarsi. Solo nel 1700 assistiamo al grande ritorno della maschera. Nell' eta' della ragione, l' uomo esprime l' irrazionale, l' emotivo, l' ignoto, schermandosi. Nel tripudio tecnologico degli ultimi anni, la maschera e' tornata, il Carnevale, e' divenuto un fenomeno di massa, complesso nella sua cornice e identita' di spettacolo. Ma in questo spettacolo, cui gli interessi turistici non sono estranei, si rivela la molteplicita' delle facce del diamante uomo, di cui la maschera e' un riflesso tra i piu' affascinanti. La maschera e' un patto di non responsabilita' fatto con l' autorita' . Quello che mostro, che dico, che faccio, non e' il mio vero essere, il quale e' invece come tu lo vuoi. L' esatto opposto della concezione dell' uomo primitivo. Nello sdoppiamento, l' uomo esprime una evoluzione psicologica. Siamo riusciti a concepire un mondo doppio, e a dargli una forma, esiliandolo dalla preoccupante bugia. Per tutti la maschera non e' bugia? no| L' uomo e' riuscito a fingere anche nella finzione. Sotto la maschera del gioco, alcuni celano il tradimento reale. E, nella generale allegria del Carnevale, si compiono talora azioni gravi, che provocano morti e feriti, nell' impunita' dell' attore. Il ladro che si maschera fuori del Carnevale si diachiara, ma quello del sabato grasso e' doppiamente ladro. Ma nella maggioranza dei casi, il Carnevale e' liberta' onesta. L' impressione generale che il Carnevale suscita e' quella dello spettacolo. Abituato a fare da spettatori delle recite altrui, l' uomo comune puo' recitare per un giorno e sentirsi finalmente protagonista. Che cosa recita? Un filo segreto comunica ai piu' un tema predominante, uno all' anno. C' e' stato l' after day: centinaia di sopravvissuti sbiancavano le strade, la pelle solcata da minacciose vene grigie. C' e' stato il maschio frustrato travestito da travestito: volgari e colorati riempivano le strade come un contemporaneo Touluse Lautrec. C' e' stato il desiderio di innocente magia, Mary Poppins passeggiava al braccio dello spazzacamino scherzando con l' ombrello. E poi gli infermieri: siringoni esorcizzavano la sopravveniente Aids nelle mani di candidi sanitari. E poi la creazione di mondi fantastici: extraterrestri, ricostruzioni storiche, e tutto quello che la fantasia e il materiale povero possono suggerire, insieme al ritorno del fai da te. L' evento davvero nuovo e' la maschera da oggetto, o da vegetale. L' uomo si maschera non soltanto da altro uomo, ma anche da non uomo. Carote, orologi, penne stilografiche, bottiglie... a Carnevale molti desiderano provare il sollievo di non essere umani. La non responsabilita' si esprime nella rinuncia, seppure finta alla corteccia cerebrale. Questo puo' far riflettere. Le cose hanno assunto una tale importanza, da poter fungere da oggetti di identificazione? Certo la molteplicita' di mascheramenti riflette la confusione delle regole. Non tutti capiscono che cosa sia trasgressione e che cosa obbedienza, anche perche' micropoteri si sono impadroniti di molte trasgressioni, trasformandole in regole partitiche. Se si vuol raggiungere la liberta' , davvero non si sa che forma assumere. Questo puo' forse spiegare l' interesse per gli oggetti. Divenire non piu' umani ne' reattivi impedisce al piu' potente la compiacenza del predominio. Ma l' interesse collettivo per la maschera travalica il Carnevale. Maschere veneziane sono ormai assurte a opera riconosciuta di arte minore, e durante tutto l' anno si espongono, si ammirano, si vendono. Anche questo e' indicativo. Nell' estrema mobilita' , nel relativismo del tutto, rinasce l' aspirazione a rendere immobile un viso, a sublimarlo in un' espressione per sempre il cui valore sia indipendente del suo calarsi sopra un volto vero. Tornera' la maschera greca, fra i colori e i luccichii dei materiali moderni?
(...)

venerdì 29 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

DIALETTI. Ezio Raimondi "Vanno tutelati come i paesaggi"

DIALETTI. Ezio Raimondi "Vanno tutelati come i paesaggi"
GIOVEDÌ, 21 GENNAIO 2010 LA REPUBBLICA - Cultura

Il grande italianista, direttore dell´Ibc, ha promosso un progetto in Emilia Romagna per salvaguardarli: "Fanno parte della lingua di tutti, non servono a rivendicare una presunta identità"

I ricercatori girano paese per paese col registratore
"Sono un bene comune per comunicare"

L´indagine è finanziata da una legge regionale

BOLOGNA
Registratore in tasca e scarpe comode sono gli strumenti del linguista Francesco Benozzo, professore a Bologna e cacciatore di dialetti. Insieme a un collega, Andrea Pritoni, battono due province - lui il modenese, Pritoni il bolognese - in cerca di parole dialettali, antichi reperti di forme lessicali che definiscono corsi d´acqua, crinali di montagne, borghi, cascinali, filari di alberi, viottoli, scarpate. Toponimi, insomma, nomi di luoghi. Benozzo è stato da poco a Serrazzone, frazione di Fanano, provincia di Modena. Voleva accertare se l´espressione "e völta", che i vecchi usano per designare un pozzo isolato, era sopravvissuta e che uso se ne faceva. Chiacchiera con questo, chiacchiera con quello, ecco spuntare "e völta" per dire gigante. Che cosa sia nato prima, il nome per il pozzo o per la leggendaria figura, è difficile stabilirlo. Benozzo ha comunque imboccato la pista etrusca per risalire all´etimo e per riempire una casella del vasto Atlante toponomastico che l´Istituto per i Beni culturali dell´Emilia Romagna (Ibc) ha rimesso in moto grazie al fatto che la Regione ha rifinanziato una legge del 1994 che si proponeva la tutela e la valorizzazione dei dialetti.
Sono spiccioli, cinquantamila euro, ma in tempi di magra per gli investimenti culturali servono comunque a far ripartire un programma avviato da anni e interrotto più volte. Quello, appunto, di studiare e di salvaguardare i dialetti, considerati come un bene culturale, sebbene immateriale, di grande pregio, eppure soggetto a strattonamenti, che ne fanno un bastione identitario, un randello etnico da dare in testa a chi non lo parla, materia da insegnare a scuola o imporre ai professori che da Palermo si trasferiscono a Treviso. «I dialetti fanno parte di un´identità molteplice della lingua italiana, al pari dei paesaggi», dice Ezio Raimondi, grande italianista, che dal 1992 è presidente dell´Ibc. «La cadenza di molte parole dei Promessi sposi, anche dopo la risciacquatura in Arno, resta, dal punto di vista semantico, milanese. Il dialetto è un patrimonio che va tutelato, ma non per amore di conservazione o di una malcerta identità, bensì perché una lingua è un bene per comunicare».
Una legge a tutela del dialetto è stata approvata in Lombardia nel 2008. Nel 2007 in Veneto. Mentre la legge piemontese (2009) è stata impugnata dal governo presso la Corte costituzionale. Una legge ha anche il Lazio, mentre in Sicilia la legge risale al 1981. Studiare i dialetti, più o meno bene, è attività che si diffonde. Nonostante le tante dichiarazioni di morte imminente, che un linguista come Tullio De Mauro si impegna a smentire, invocando studi serissimi, ma anche la barzelletta in cui Francesco Totti, invitato a fare un esempio di gerundio del verbo avere, dice, della sua Ferrari, "a vendo", invece che "la vendo": la caduta della "l" di "la", secondo De Mauro, è fenomeno recente e attesta che il romanesco continua a produrre innovazioni.
Il programma dell´Ibc è curato da Massimo Tozzi Fontana, che arriva agli studi lessicografici dalla storia economica. Riprende vita l´Atlante, ma si prosegue a pubblicare lo strabiliante catalogo di fotografie realizzate da Paul Scheuermeier, lo studioso svizzero che indagò il mondo contadino dell´Italia centro-settentrionale tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento. Scheuermeier corredava le foto di didascalie, disegnava gli strumenti usati nelle campagne e riproduceva le espressioni dialettali che designavano oggetti e luoghi. Un primo volume di Contadini del bolognese (a cura di Tozzi Fontana insieme a Claudia Giacometti e Giorgio Pedrocco, Clueb, pagg 120, euro 20) è uscito nel marzo scorso. Altri seguiranno (ma forse solo in rete). Scheuermeier è un antesignano di Benozzo e Pritoni. L´inchiesta lo portò in provincia di Bologna a Minerbio, Tintoria, Loiano, Merlano, Savigno, Dozza. Preparò un questionario, fece dei disegni per farsi capire meglio, indossò scarpe buone e si avviò fra campagne e borghi chiedendo come chiamavano quella vanga, quell´aratro, quella roncola. La sera annotava le impressioni su un quaderno.
La ricerca dell´Ibc è andata avanti negli anni. Si è lavorato con le Province, in un ambiente fertile di poesia dialettale - bastino i nomi di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini, fra gli altri. Tozzi Fontana ha studiato le parole legate al ciclo del latte (insieme allo storico Massimo Montanari) e ha curato i repertori lessicali della cantieristica navale (in collaborazione con Fabio Foresti).
Benozzo va in giro per osterie del modenese dall´Abetone fino alle pendici del Cimone. E anche ai funerali. I toponimi più interessanti sono quelli di montagna. In pianura quelli che designano poggi isolati o piccoli laghi. Ma il locale è solo una parte. «Molti nomi di luoghi rimandano a pericoli o paure», spiega Benozzo, «ed espressioni simili si rintracciano in regioni confinanti, ma persino in Galizia o fra gli aborigeni australiani. Un esempio? Il lago Scaffaiolo è chiamato "e ziun", che significa "lo zione", il grande zio, una figura minacciosa. Nella toponomastica arcaica parole analoghe sono frequenti, segno che quel procedimento di nominazione è diffuso, attinge a caratteri antropologici che non hanno nulla di etnico».
I dialetti non sono per niente esclusivi, ma strumento di dialogo. Insiste Raimondi: «Gadda aveva in mente una lingua continuamente ravvivata dall´incremento dialettale e parlava di "vivente polipaio dell´umana comunicativa"». «La pluralità linguistica non è un accidente stravagante», spiega De Mauro, «ma un fatto fisiologico per la specie e le comunità umane. Una cattiva scuola o provvedimenti stolidi possono tentare di soffocarla, ma non riescono a spegnerla senza spegnere l´umanità stessa».

sabato 16 gennaio 2010

domenica 10 gennaio 2010

Si recuperano i sentieri dalle Pizzorne ai monti Pisani

Si recuperano i sentieri dalle Pizzorne ai monti Pisani
10 gennaio 2010, IL TIRRENO LUCCA

Un percorso di 180 chilometri con un anello per mountain bike

Sono circa quattro anni che l’amministrazione guidata dal sindaco Giorgio Del Ghingaro lavora al recupero dei vecchi sentieri che solcano il Capannorese con il progetto che è stato intitolato “Dalle Pizzorne ai monti Pisani”.
Una rete di stradine che si snodano tra ville, vigneti e canali e che per anni sono stati utilizzati come vie di comunicazioni tra le varie frazioni dell’ampio territorio.
Sono 95 i chilometri di sentieri che il Comune intende recuperare nella zona nord.
Otto percorsi, prevalentemente ad anello andranno a coprire il territorio da Marlia fino al paese di San Martino in Colle presso il famoso quercione di Pinocchio.
È previsto, inoltre, un anello per mountain bike che, partendo da Marlia, unirà tutte le ville fino a villa Torrigiani.
La rete della zona nord dovrebbe poi andare ad unirsi a quella della zona sud, ovvero dei monti Pisani.
A collegare le due aree una serie di percorsi ricavati dal recupero delle vecchie redole, ovvero le stradine sterrate che costeggiano i corsi d acqua della Piana.
In totale, a progetti uniti, il Comune di Capannori sarà solcato da una rete di circa 180 chilometri si sentieri che collegheranno l’estremità nord (le Pizzorne) con quella sud (i monti Pisani).
A.B.

domenica 3 gennaio 2010