mercoledì 2 gennaio 2008

Il rito del fuoco

Il rito del fuoco

La Repubblica del 2 gennaio 2008, pag. 1

di Marino Niola

Anche quest'anno la notte di Capodanno ha presentato il suo assur­do, inaccettabile bilancio. Un mix di crudele fatalità, di ottu­sa inciviltà, di colpevole irre­sponsabilità che in molti, troppi casi trasforma la festa in tragedia.



Non è certo la prima volta che al­l'indomani della notte di san Silvestro viene diramato un autentico bollettino di guerra. Quasi un ri­tuale nel rituale. Come se la festa aves­se in sé una quota di violenza inelimi­nabile, una furia arcaica. Così che gli appelli alla prudenza, al civismo, alla legalità restano spesso inascoltati. E alla fine vince la febbre del fuoco.



Perché nel bene e nel male proprio di una febbre si tratta. Della recidiva di un rito millenario che nelle società più diverse celebra la fine dell'anno e l'ini­zio di quello nuovo giocando col fuoco. Un gioco pericoloso per definizione.



Dal Mediterraneo al mondo celtico, dall'America precolombiana alla Cina, il giro di boa del calendario viene da sempre accompagnato dal fuoco e dal rumore. Due elementi fissi e immancabili che precedono di molto i nostri botti. Prima dell'invenzione della pol­vere da sparo si accendevano, infatti, grandi falò e contemporaneamente si produceva un rumore assordante con tutti i mezzi disponibili. Tamburi, so­nagli, pentole, coperchi tutto era buo­no per far baccano. La simbologia di questi riti era, e in fondo resta, elemen­tare. Il fuoco, tradizionale strumento di purificazione e di rinnovamento, aveva una doppia funzione. Serviva a bruciare i residui negativi dell'anno passato e al tempo stesso a illuminare il cammino di quello nuovo. Il rumore aveva invece Io scopo di spaventare gli spiriti maligni, di scacciare le potenze del male. O, come si dice oggi, allonta­nare le energie negative. Per la stessa ragione in tante parti del mondo a Ca­podanno si bruciano o si buttano viale robe vecchie. Per chiudere simbolica­mente i conti col passato e ricomincia­re da zero. Anno nuovo vita nuova.



Con la modernità, la funzione apo-tropaica del fuoco e del rumore viene ereditata dai giochi pirotecnici. Che facendo esplodere insieme fulgore e fragore in una miscela fantasmagorica e colorata trasformano il rito scara-mantico in arte. Al punto che nel Sette­cento grandi musicisti come Georg Friedrich Haendel scrivono capolavo­ri per celebrare i fuochi d'artificio in onore del re d'Inghilterra.



E se ancora oggi da Sidney a Pechino milioni di persone aspettano il nuovo anno godendosi lo spettacolo dei botti è segno che l'arcaico richiamo del fuo­co è difficile da spegnere. Perché si tratta di una attrazione elementare, di un basic instinct che affonda nelle profondità della natura umana.



Come insegna il mito di Prometeo, il fuoco è per gli uomini una tentazione irresistibile, oltre ad essere il simbolo stesso della civiltà. Dal fuoco pubblico delle Vestali a quello delle Olimpiadi, dalle fiaccolate per la pace ai fuochi di Capodanno si snoda un filo millenario che giunge fino a noi.



Se dunque la passione per i botti è la recidiva di antichi rituali, quegli ecces­si che trasformano la gioia in tragedia sono invece il sintomo di una degene­razione autistica della comunità in festa. Che fa precipitare la celebrazione della collettività in un asociale cupio dissolvi.

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